Qualche giorno fa, a Reggio Calabria, qualcuno ha dato fuoco al bar dove avevo fatto colazione il giorno prima: il titolare non accettava di piegarsi alle imposizioni di un microcosmo senza giustizia. Ma il macrocosmo, in questi giorni, nella sala costellata di marmo verde guatemalteco del palazzo dell’ONU, ha dato non dissimili dimostrazioni d’ingiustizia: capi di nazioni considerate potenti che sproloquiano in maniera estenuante e altri, di stati meno appariscenti – quelli che appunto l’assemblea dovrebbe tutelare –, che pronunciano i loro discorsi dinnanzi a una sala vuota. La tragicomica messa in scena di un modello sociale iniquo, gerontocratico e che, pur nella sua palese agonia, ritiene di poter reggersi sull’istinto di sopraffazione.
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